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Il successo all’estero del food italiano: alla conquista dei nuovi mercati internazionali

maggio 16, 2012

di Davide Visiello
Aggiungi più di un posto alla tavola italiana: il mondo vuole sempre più mangiare Made in Italy. Lo dimostra il numero triplicato rispetto alla passata edizione di buyers stranieri presenti all’ultimo “Cibus” di Parma, il salone internazionale dell’alimentazione, e l’incremento di oltre il 10% dallo scorso anno dellexport dei prodotti agroalimentari della nostra penisola. La richiesta di food italiano perviene a gran voce non solo dai paesi che tradizionalmente importano i nostri prodotti come Germania, Stati Uniti e Giappone ma anche dai mercati emergenti del cosiddetto “BRICS” (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica). E così trecento milioni d’indiani benestanti consumano quotidianamente pasta, olio e formaggi italiani; in Brasile esistono centinaia di ristoranti italiani trenta dei quali hanno conseguito la certificazione di qualità rilasciata dalla camera di commercio italo-brasiliana; nei grandi centri della Cina la pasta sta prendendo gradualmente il posto del riso.
Il risultato di questa dilagante “voglia d’Italia” è che l’industria alimentare nostrana, fatta di 6500 imprese, 410.000 addetti, 130 miliardi di euro di fatturato (8% del PIL), rappresenta oggi il secondo motore dell’economia del nostro paese dopo quella meccanica e davanti alla ben nota industria della moda e del design.

I motivi del successo: freschezza, qualità, originalità, eccellenza e biodiversità (il prodotto italiano non è più solo pizza e spaghetti!). Le garanzie di produzione sono sempre garanzie di benessere: con 241 tra DOP e IGP, l’Italia è leader in Europa per prodotti riconosciuti e certificati. Ovviamente il rispetto dei disciplinari è in primis garanzia di qualità, di tracciabilità e di controllo per il consumatore ed in secundis salvaguarda il produttore dalla concorrenza sleale.

Approccio intellettuale: il cibo italiano è cardine della “Dieta Mediterranea”, patrimonio immateriale culturale dell’Umanità dal 2010, dove la parola “dieta” non è idea di semplice e scontato programma alimentare ma si racconta, mai come adesso, nel suo etimo greco “δίαιτα” e cioè “modo di vivere”. In sostanza, promuovendo l’interazione sociale perché il pasto in comune è alla base dei costumi sociali di una data comunità, il cibo Made in Italy, coniugandosi inscindibilmente ai fattori umani e territoriali, vende perché è cultura e narrazione. Ciliegina sul marketing, i packaging ricercati danno un tocco d’eleganza italiana seducendo ancora di più l’occhio straniero: l’alimento italiano racconta così contemporaneamente il buon vivere ed il buon mangiare.

Purtroppo, nonostante la forte richiesta oltre confine, si riesce ad esportare solo il 18% del fatturato soprattutto perché le aziende sono troppo piccole e perché non esiste una vera e propria catena di distribuzione europea. La truffa poi dell’Italian Sounding (prodotti che sulla confezione riproducono nomi, immagini e colori che evocano quelli italiani ma tutt’altro che fatti in Italia) vale 60 miliardi di euro: il doppio del valore dei ricavi dell’esportazione. Fa male ai denti rimuginare sull’idea che per ogni prodotto autentico che esportiamo ne esistono già due falsi all’estero. L’argomento alletta forse più di una lasagna fumante. Il food italiano potrebbe avere un ruolo determinante nell’affrontare con successo una crisi economica che va ben oltre i confini dello Stivale.

Considerando bene che una qualità fatta di storia e di tradizione spesso non va d’accordo con le spietate dinamiche di compravendita, accorciare le filiere, accompagnare le imprese medio-piccole sul mercato mondiale, promuovere il prodotto italiano e combatterne la contraffazione sarebbero le prime accortezze, di natura governativa e non, nei confronti di un settore manifestamente in crescita e potenziale traino di un economia al momento asfittica.
Avvincente ancora sarebbe scommettere sui nuovi settori al centro dell’interesse internazionale come, ad esempio, l’industria dei surgelati, il biologico e le birre artigianali (in Italia ce ne sono quasi 400). E infine la rivoluzione culturale. È indispensabile, considerando che la quantità dei consumi alimentari interni dal 2009 è diminuita del 10%, riportare al centro dell’attenzione della società italiana la cultura del cibo, del rapporto col territorio, con la storia e con le tradizioni: raccontare la verità. D’altronde le eccellenze italiane esistono perché esiste un consumatore esperto, portato ad apprezzare il gusto. E il gusto, si sa, nasce proprio qui.

Viva l’Italia…l’Italia con gli occhi aperti nella notte triste…viva l’Italia…l’Italia che resiste”.

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