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Il senso della pergola trentina raccontato da Elisabetta Foradori

marzo 10, 2013

pergola trentina giornalevinocibodi Luigi Salvo
Elisabetta Foradori è chiamata la regina del Teroldego, il vitigno trentino così unico e particolare che affonda le radici delle sue pergole nei sassi calcarei, porfirici e granitici del Campo Rotaliano. Da oltre venticinque anni Elisabetta Foradori si impegna per il recupero del carattere originario di questo vitigno attraverso la ricostruzione della sua biodiversità. La coltura biodinamica applicata su una superficie di ventitrè  ettari a pergola trentina produce quattro Teroldego,  il Granato, il Foradori, il Morei e lo Sgarzon, il Manzoni Bianco ed il Nosiola.
Gli oltre dieci anni d’utilizzo dei preparati biodinamici hanno portato in particolare i singoli vigneti di Teroldego ad esprime i propri caratteri in maniera netta, regalando vini intensi e veri.

Vi siete mai chiesti il perchè della coltivazione a pergola trentina?
Nella pergola la vegetazione è disposta su un tetto inclinato verso l’alto di circa 25°, ne esistono numerose varianti a seconda delle caratteristiche orografiche della zona in cui è situato il vigneto.
Le pergole singole sono più usate in collina e le pergole doppie in pianura, vi sono a struttura chiusa o aperta, a seconda che venga coperto o meno tutto lo spazio dell’interfila, le viti presentano un fusto verticale sulla cui sommità vengono lasciati ogni anno 2-3 tralci, che vengono legati al tetto rivolti verso il centro dell’interfila.

La pergola trentina costruita da generazioni di viticultori è il simbolo di un paesaggio agricolo che è, al tempo stesso, prodotto naturale e figlio di lavoro umano e di tecniche. Questo paesaggio culturale è espressione materiale delle conoscenze e delle esperienze quotidiane, di interventi “fatti ad arte” da una civiltà contadina che ha modificato le risorse naturali, suolo, acqua, vegetazione operando con saggezza all’interno dei luoghi.

Il racconto di Elisabetta Foradori

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