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Vite Ogm? Non siamo certi sia solo un male

ottobre 17, 2012

di Vincenzo Bonomo
Una delle grandi scoperte del nostro secolo nel campo delle scienze biologiche è stata la decifrazione del codice genetico, il Dna. Da questa scoperta ha preso piede l’idea che sta alla base dell’ingegneria genetica, cioè le possibilità di trasferire caratteristiche genetiche da un organismo ad un altro, purché risultino vantaggiose. La ricerca è ormai proiettata nel futuro con l’obiettivo di produrre piante adatte a condizioni di vita più disparate.
Ormai è possibile trasferire un carattere genetico in una varietà senza cambiare gli altri caratteri del genoma. Con il trasferimento di Dna si ottengono vigne ingegnerizzate o più comunemente dette transgeniche, nelle specie erbacee come il frumento, il mais, la soia i risultati sono stati eclatanti.

Vediamo un po’ di storia. La prima pianta transgenica di vite è stata creata dal Prof. Michael Gordon Mullins a Davis in California, creando il primo portinnesto transgenico. La Vitis Vinifera si coltiva in tutto il mondo su circa 8 milioni d’ettari, ed è una pianta ermafrodita cioè l’infiorescenza della vite ha entrambi i sessi, maschile e femminile sullo stesso fiore. Pertanto le nostre viti sono frutto di mutazioni genetiche.

Le varietà oggi coltivate sono il risultato d’incroci spontanei ad esempio il Cabernet Sauvignon deriva dall’incrocio del Cabernet Franc con il Sauvignon Blanc, o artificiali come il famoso incrocio ottenuto da Pirovano della varietà Bicane con il Moscato d’Amburgo ottenendo la più rinomata uva da tavola, l’uva Italia. In tutto il mondo l’uomo ha selezionato migliaia d’incroci frutto di mutazioni genetiche naturali o indotte artificialmente. Ad esempio il Pinot Nero ha dato origine al Pinot Grigio e al Pinot Bianco. La Malvasia Rosa e la Malvasia Grigia derivate da una mutazione della Malvasia Bianca di Candia sono state selezionate dal Prof. Mario Fregoni. Da millenni in natura si formano “Ogm” di vite, che l’uomo propaga tramite la moltiplicazione in vivaio o per innesto.

La Vitis Vinifera ha migliaia di cultivar ed è insuperata dal punto di vista qualitativo, ma non ha resistenze genetiche ai fitofagi ed ai fitopatogeni. Con l’ingegneria genetica, i ricercatori studiano il genoma delle viti per individuare sui cromosomi quei geni che interessano la qualità e la resistenza ai parassiti. In questo modo si potrebbero evitare costosi e numerosi trattamenti chimici che oggi si fanno nei vigneti. Gli studiosi ritengono che nel giro di pochi anni si potrà disporre di portainnesti transgenici resistenti alle malattie.

Apriti cielo! Alcuni sostengono che le viti transgeniche elimineranno le nostre varietà autoctone e tradizionali, per le quali non si spende un gran che per salvarle! Ma sarà realmente così? E’ probabile invece che inserendo geni di resistenza si potranno conservare le nostre vecchie varietà che al momento sono deboli e incapaci di reagire ai parassiti.

Altra critica è la possibile qualità del vino, c’è chi sostiene l’inquinamento della tipicità dei vini ottenuti con le uve Ogm. Ma come mai non ci si preoccupa del cambiamento che sta avvenendo nei disciplinari di Doc e Docg con l’introduzione dei vitigni internazionali? Ormai molti vini sono Cabernettizzati, Chardonizzati, Sauvignonizzati, questo realmente sta annullando la tipicità delle nostre produzioni.

Tutti dicono NO agli Ogm. È contraddittorio ammettere le ricerche genetiche per salvare l’uomo e impedire quelle per salvare la vite. La ricerca è come un fiume, non si può arrestare, ma regolamentare nel suo corso.Tutto ciò non significa libertà assoluta ma vigilata, al fine di evitare errori.
 Per gli Ogm, quindi, è più saggio valutarli caso per caso e non condannati in gruppo.

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2 commenti leave one →
  1. Enzo giorgi permalink
    ottobre 17, 2012 11:06 am

    Quello che afferma in questa sua analisi e’ decisamente forte ma,in parte condivisibile. Credo comunque che ci siano anche aspetti prettamente negativi.

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  1. Vite Ogm? Non siamo certi sia solo un male | Enologicamente

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