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Il grande valore dei vitigni autoctoni, lo straordinario territorio dell’Etna

febbraio 15, 2013

autoctono etnadi Vincenzo Bonomo
Con la rivoluzione verde fatta di meccanizzazione, input d’origine chimica e varietà selezionate molto produttive, negli ultimi trent’anni sono state abbandonati molti vitigni autoctoni per le più aristocratiche varietà francesi in grado di produrre vini più importanti e maggiormente apprezzati sui mercati internazionali: Cabernet, Merlot, Chardonnay e Sauvignon Blanc, per citare le più importanti, sono stati impiantati non soltanto nel nuovo mondo vitivinicolo (Australia, Cile, Sudafrica, California), ma anche nel bacino del mediterraneo, ad esempio in Sicilia,  che vanta un’ antica tradizione viticola ed è ricchissimoa di varietà locali tradizionali.

A differenza dell’industria, l’agricoltura è sempre stata condizionata dal territorio; nel caso di prodotti fermentati come il vino, trasformati grazie a lieviti specifici molto sensibili alle condizioni del luogo e della stagione, il territorio di produzione ha sempre assunto un ruolo fondamentale nella determinazione della qualità finale. Solo la lingua francese ha un termine per esprimere questo concetto: il terroir. Nel 1787 Antoine-Franςois Fourcroy, chimico e medico francese, scriveva a proposito: “Questo vino sa di terroir. La qualità dei terroir si trasmette alle piante e forma ciò che si definisce sapore di terroir”.

Il terroir esprime il legame tra la zona di produzione e un particolare alimento, collegando direttamente le sue caratteristiche organolettiche con quelle climatiche, geologiche, topografiche e culturali di un luogo ben preciso. Il gusto del vino, quando prodotto da una fermentazione naturale, è caratterizzato sì dalla materia prima ma anche dai lieviti che ne determinano la successiva trasformazione; regalando sfumature di gusto sottili e inimitabili.

autoctono giornalevinocibo

La netta inversione di tendenza e la riscoperta dei vitigni autoctoni è dovuta alla scontata saturazione del mercato da parte di vini molto simili. La causa principale va ricercata nello sviluppo delle pratiche enologiche, dove imperversano i lieviti selezionati, gli additivi, le filtrazioni e tutta una serie d’operazioni che hanno uniformato il gusto dei cosiddetti vini di qualità.
Evitando lo stravolgimento del mosto iniziale con le tecniche enologiche invasive, il vitigno esprime il suo tipico carattere rendendolo inimitabile ed unico, dando al prodotto originalità che possono distinguerlo in un mercato globale dove prevalgono sempre di più i vini “omologati”: in questo caso il terroir, di cui si è ampiamente abusato nel marketing del vino, riacquista il suo significato originale e i vitigni autoctoni minori, frutto della selezione massale di generazione in generazione delle piante migliori, diventano elemento essenziale e fattore determinante per la sua veritiera espressione.

nerello mascalese

Con l’uniformarsi dei consumi e dei prodotti, la tipicità si rivela un ingrediente fondamentale, un elemento in grado di conferire quelle caratteristiche d’originalità, ma anche di connetterlo ad un territorio. I vitigni autoctoni possono in questo modo essere protagonisti indiscussi di questo binomio, aggiungendo un altro valore, sempre più riconosciuto, come la biodiversità. In effetti, i vitigni autoctoni minori, di cui il mediterraneo è ancora molto ricco, non solo rappresentano un elemento essenziale per promuovere quest’originalità nel mondo del vino, ma la loro promozione rappresenta anche una concreta azione nella protezione della biodiversità.

Nel secolo scorso, la vite in Sicilia presentava un’ampia variabilità, peraltro importante: venivano coltivate numerose varietà locali che differivano l’una dall’altra. Fortunatamente in Sicilia, come in molte zone del Mediterraneo, la pratica dell’innesto in campo per la creazione di nuovi vigneti e una certa arretratezza economica ha evitato gli effetti di una pressione selettiva troppo forte che in Europa ha fortemente compromesso la variabilità naturale di molti vitigni.
Ciò nonostante anche in Sicilia il ricchissimo patrimonio viticolo descritto dagli ampelografi del ‘700 e dell’800 ha subito una grave erosione alla quale solo da qualche anno si è iniziato a porre rimedio.

vigneti etna giornalevinocibo

Alle pendici del vulcano più grande d’Europa l’Etna, nonostante le frequenti e dannose eruzioni, la terra non è mai stata abbandonata dall’uomo. Un percorso che attraversa piccoli comuni, ricchi di storia e tutti belli da vedere. Le terre coltivate a vigneto e frutteto, investite più volte dalle colate del vulcano, in cui le radici assorbono i sali minerali presenti in grande concentrazione. Come può non suscitare sorpresa e ammirazione proprio la coltivazione della vite, estrema e in alcuni casi impossibile, ma da sempre sostenuta dalla serenità e soprattutto dall’ottimismo di chi la coltiva? È qui, in questi piccoli appezzamenti, che si alleva il “Nerello Mascalese”, principe degli autoctoni etnei, ma anche il Nerello Cappuccio o “mantiddatu”, che troviamo di solito insieme nelle composizioni dei vini rossi dell’Etna.

Lì troviamo anche i vigneti di Minnella e di Carricante: vitigni a bacca bianca che si coltivano, con successo, all’ombra del grande vulcano. Tutti vitigni da cui si ottengono vini che entusiasmano critici, opinionisti e soprattutto il mercato. Quest’ultimo è stato lento e difficile da conquistare e ha negli ultimissimi anni acquistato sicurezza e stabilità. Merito di questi risultati va a chi, per primo tra i produttori, ha creduto nel territorio. Parlare dei vini dell’Etna significa anche descrivere e soffermarsi su prodotti che hanno struttura e che durano nel tempo, una produzione che si differenzia dalle altre.

Significa anche soffermarsi sull’altitudine dei vigneti che in qualche caso supera anche i 1.o00 metri e su un clima con forti escursioni termiche tra il giorno e la notte e temperature che scendono vertiginosamente con la neve presente in Gennaio e Febbraio.

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La coltivazione della vite, un po’ per il sistema dei terrazzamenti o per zone impervie e difficili da raggiungere, ha, di fatto, rallentato lo sviluppo economico della produzione vinicola, a cominciare dal difficile accesso e utilizzo di mezzi meccanici per la lavorazione del terreno. Molte aziende, producono vini di buona stoffa e non riescono a soddisfare le tante richieste. Ettari destinati alla coltivazione della vite, tra le macchie di noccioleti e castagni tra i comuni di Viagrande, Santa Venerina, Sant’Alfio, Milo, Piedimonte Etneo, Linguaglossa, Randazzo e Castiglione di Sicilia. È qui che operano, con altitudini diverse, le importanti aziende vinicole etnee.

Tra le varie aziende che hanno scommesso sui vitigni autoctoni, possiamo citare. L’Azienda Agricola Graci a Solicchiata è proprietaria di due Ha di Nerello Mascalese pre-fillossera di piede franco che vanta un’età di circa 100 anni. L’Azienda Vinicola Benanti, nel comune di Castiglione di Sicilia, sul versante nord dell’Etna, coltiva dei vigneti di Nerello Mascalese di circa 70 anni di età e vigneti di Minnella di circa 50 anni. Tenuta delle Terre Nere con i vigneti di Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio che vantano un’età tra i sessanta e gli ottanta anni. Altre prestigiose aziende vinicole etnee sono Barone di Villagrande, Cottanera, Tenuta di Fessina, Girolamo Russo e Passopisciaro.

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Se la passione rappresenta un elemento trainante questo processo di valorizzazione e riscoperta dei vitigni minori, la tipicità, la tradizione e la biodiversità ne costituiscono i valori intrinseci: una straordinaria opportunità offerta ai paesi ricchi di tradizioni enoiche, Italia in primis, di distinguersi con dei prodotti unici, singolari e fortemente caratterizzati. Per queste ragioni la coltivazione di vitigni minori debba essere in qualche modo legata a tecniche di produzioni sostenibili come l’agricoltura integrata, biologica e biodinamica, rispettosa dell’ambiente e quindi della biodiversità.

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One Comment leave one →
  1. Rosanna 71 permalink
    febbraio 20, 2013 9:40 pm

    Complimenti bellissima spiegazione.

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